I giardini romani non assomigliavano assolutamente ai nostri.
Pur essendo grandi esperti delle bellezze di piante, fiori ed
arte da esterno, i romani possedevano, per quanto riguarda le
piante, solo poche varietà, giacché la selezione che ha portato
alle odierne specie non era ancora iniziata. Inoltre, i canoni
estetici dell'antichità erano sostanzialmente diversi dai nostri;
pur apprezzando l'opulenza di un giardino perfetto, ma sterile,
l'indole pratica romana prevaleva anche su questo aspetto della
villa, facendo accostare alle piante ornamentali numerose colture
di alberi da frutta e di ortaggi. Ciò non significa che il giardino
di una villa patrizia fosse una piantagione di cavoli o di altro.
In sostanza non c'era quella netta divisione che si potrebbe avere
oggi in campagna tra il giardino, solitamente ameno alla casa, e
l'orto propriamente detto. Lo stesso nome, hortus, andava indicare
sia la coltivazione prettamente estetica, che quella alimentarmene
funzionale che ad erano sviluppate nei pressi della villa.
Un esempio di specie non presente, così come la conosciamo,
nei giardini latini è la rosa. La produzione delle numerose
varietà di rose che si conoscono avrà inizio dopo le selezioni che
avranno fatto i Persiani, svariati secoli dopo la caduta dell'Impero
d'Occidente. Nell'epoca imperiale l'unica varietà di rosa era quella
che oggi chiamiamo "Canina"; una corolla con pochi petali legata
ancora alla sua origine selvatica. I fiori di bordura erano gli
stessi fiori che crescevano spontaneamente nei campi e svariate erano
le qualità di piante selvatiche usate per decorazione; more, mirti,
oleandri… Con una tale, limitata, scelta delle varietà di specie,
e dalla quasi totale assenza di piante esotiche, il giardino romano
rischiava di apparire monotono ed uniforme. Il gioco era quindi
nello sfruttare questi mezzi di partenza per creare qualcosa di
piacevole. Gli specialisti dell'ars topiaria cercavano di rendere
movimentato l'ambiente di un giardino operando, non tanto con i
colori, ma con la forma delle piante. Erano quindi potate nelle più
strane forme e poste in modo da creare diverse sfumature del verde
del fogliame, dall'intensità del lauro, all'argento dell'ulivo,
alla compattezza dei cipressi fino alla lucida superficie delle foglie
di pungitopo. Il resto veniva dagli alberi da frutta che potevano
vantare smaglianti fioriture, spesso anche più incisive di quelle
puramente ornamentali: si pensi alla bianca fioritura del pesco;
albero importato dall'oriente da Lucullo insieme al ciliegio ed ai
locali peri e meli; le albicocche, esotiche anche loro, furono
importate dall'Armenia.
Un elemento indispensabile al giardino dei Quiriti era l'acqua: giochi di fontane e sculture creavano stupendi
ninfei, nelle cui acque era coltivato quel tipo di pianta acquatica
che chiamiamo proprio ninfea e che esplode in coloratissime
fioriture.
Nicchie e mosaici ornavano questi angoli, che nelle villae più
importanti raggiungevano dimensioni considerevoli (Nel ninfeo della
villa di Domiziano ad Albano Laziale, sui colli Albani, è stata
ricavata una chiesa nel medioevo).
Piccoli ruscelli percorreva
no
il prato in canaletti di marmo cui erano attribuiti nomi egiziani,
euripi, canopi, nili. Nel giardino era essenziale che ci fossero
anche animali; soprattutto uccelli ornamentali: pavoni, colombe,
ibis, aironi, merli e passeri. Quelli rari erano tenuti in enormi
voliere all'interno delle quali passava spesso un corso d'acqua.
Nelle villae più raffinate, come quella di Lucullo al Tuscolo,
si ponevano dei triclini all'interno delle voliere così che i
banchetti potessero essere consumati in un ambiente rilassante e
indicativo di agiatezza. Molto più raramente, ce ne sono nella
villa di Lucullo al Tuscolo, nei giardini erano presenti delle vasche
di itticultura, vere e proprie piscine dove erano allevati pesci
commestibili (anche di specie che noi oggi non mangeremmo come le
Murene) dei quali i romani erano ghiottissimi. Come per le voliere,
una piattaforma era spesso posta al centro della piscina per
permettere di approntarci una mensa che stupisse anche i commensali
più dediti ai fasti.
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